INCOMPIUTE: Ruderi e macerie della contemporaneità

Da sempre le rovine hanno affascinato l’animo umano. Già i grandi vedutisti all’inizio del ‘700 approcciavano alla Rovina con uno sguardo distante, in cui era fondamentale  l’aspetto estetico dettato dal passato per definire la bellezza dell’antico. Piranesi fu il primo a definire i ruderi come degli spazi cavi, scomposti, riassemblati, privi di alcun senso e di funzioni in cui Franco Purini individua l’origine della architettura Moderna1. In tale ottica la rovina non è più vista con lo sguardo calmo e distante dei vedutisti del ‘700, per i quali era fondamentalmente l’esperienza estetica di una realtà “distante” dal proprio tempo, ma viene percepita come qualcosa di terribilmente vicino e imminente paragonandola all’inevitabilità della morte.

L’attenzione per le rovine muta nell’800 definendo nuovi punti di vista: l’interesse non è più soltanto estetico, ma riguarda problematiche più complesse come la “tutela” o un atteggiamento corretto nel trasmettere queste rovine. Viollet Le Duc credeva fortemente nel loro valore di testimonianza, proponendo il “restauro stilistico”, per restituire un aspetto quanto più simile a quello primogeneo. Per John Ruskin, al contrario,il trascorrere del tempo e il diritto di morire erano elementi essenziali a definire la fisionomia stessa di un’architettura compiuta, che doveva essere lasciata nelle condizioni di compiere il suo ciclo di vita, di divenire rovina, così da tornare allo stato di appartenenza della Natura2. Ed è proprio questa condizione di rudere come scoperta di una Natura Originaria che suscita l’interesse del pensiero Romantico verso il tema delle rovine. Nel “Die Ruine” Georg Simmel descrive l’“andare in rovina” come il momento in cui l’equazione tra le forze della natura e quelle dello spirito, rappresentata dall’edificio, si risolve a vantaggio della natura3.
Nell’900 con il movimento moderno avviene un rifiuto nei confronti delle rovine, in quanto negazione delle nuove linee del presente. Il movimento moderno ha elaborato delle aspirazioni riformiste in una volontà di modificazione del presente  e di forte aspirazione al futuro che però potevano attuarsi solo con l’eliminazione del passato e nella riposta nella logica razionale. Dimenticare, nel caso di Le Corbusier, significava, infatti, cancellare in senso figurativo la città stessa, in favore di una tabula rasa, che riportasse la natura alla base di un urbanesimo disperso e creasse i propri monumenti dalle funzioni della vita moderna4.
L’interesse per le rovine torna in auge tra gli anni ‘60-’70, soprattutto in America, quando artisti e architetti, attratti dalla capacità dello spazio di influenzare l’uomo, trovano un interessante ambito di studio proprio nelle rovine. Non solo Gillo Dorfles capisce come: “Un’architettura non più abitabile è la prima depositaria di quel carattere mito-poietico che l’edificio intatto difficilmente possiede.”. Infatti anche Gordon Matta Clark nel 1975 in “Day’s end” trasforma un vecchio molo del 1870, da anni in disuso, adoperando un grande squarcio nella parete, così da far entrare la luce, e restituire al vecchio rudere una nuova spazialità e un nuovo senso. Dunque resta la carcassa abbandonata, ma non si tratta più del molo in disuso, ma di un nuovo spazio che, contaminato con gli scorci del cielo e il riverbero dell’acqua, viene ridefinito come uno spazio aperto a nuove interpretazioni5.
Interessanti sono anche il gruppo di architetti SITE che in questi anni costruiscono la maggior parte dei magazzini BEST in America, progettandoli già in stato di rovina. In Italia sempre in questi anni abbiamo, invece, Cesare Bradi che con la sua Teoria del Restauro comincia ad analizzare la dimensione estetica del rudere. Esso se pur ha perso la sua “bellezza” primigenia, secondo Brandi, non è detto che non ne acquisisca una nuova, dettata da altri fattori come ad esempio dall’intervento della natura o il trascorrere del tempo6.
In questo excursus è opportuno citare anche il testo “Architecture and Disjunction” che Bernard Tschumi scrivesse nel 1996 e in cui compare una particolare rappresentazione di Villa Savoye, pochi giorni prima del restauro. Tschumi, attraverso questa rappresentazione, vuole definire che il vero momento dell’architettura è il momento del disfacimento, in cui l’architettura è in bilico tra vita e morte e l’esperienza dello spazio diventa il suo stesso concetto7.
Sempre negli stessi anni l’artista Anselm Kiefer con l’installazione del 2004 “I sette palazzi celesti” nell’hangar della Bicocca a Milano costruisce sette torri in cemento armato, in rovina, chiaramente precarie, decadenti, che sembrano colte nell’attimo immediatamente prima di cadere. Queste si caricano anche di valenze simboliche, quasi a rivelare una strada per l’aldilà. Dunque, risulta chiara, in questi anni, la ricerca di un’estetica della rovina che affonda le radici nella ricerca del “sublime” e nella volontà di angosicare, scioccare, emozionare; evidente dunque come, pur a distanza di millenni, caricandosi di nuove valenze e diversi significati, le rovine continuino a sedurre e stimolare l’animo umano.
Infine la teoria riguardante le rovine ad oggi più interessante è dell’antropologo francese Marc Augè. Secondo cui, le rovine parlano di una molteplicità di passati che non rimandano a nulla, non sono il tempo della storia o delle date ma sono un tempo “puro”. Oggi si avverte la necessità di questo tempo,unico modo per avere coscienza della durata e per comprendere la storia stessa. Dunque se il passato ha prodotto rovine, capaci di riesumare ricordi e di conservare l’essenza del tempo, il mondo contemporaneo ha prodotto solo macerie ovvero resti incapaci di raccontare e di comunicare poiché privi di storia. Se la rovina implica la capacità di ricordare, la maceria porta alla volontà  di eliminare il passato, non raccontando alcuna storia. Quindi, ad oggi ciò che chiamiamo rovina fa parte di un passato ormai lontano ed è carica di storia da poter raccontare a chi la studia, mentre le cosiddette incompiute potremmo definirle come macerie di una contemporaneità troppo veloce per produrre dei ruderi8.

Difatti il parallelismo tra un rudere e un’ incompiuta non risulta essere esclusivamente spaziale e formale. I punti in comune, infatti, sono molti: l’aggressione della natura in primis è un elemento costante in entrambi i casi; la mancanza di parti che nel caso dei ruderi è una mancanza dovuta alla perdita di materia mentre nel caso dell’incompiute è dovuta al mancato completamento dell’opera stessa; l’inaccessibilità di tali spazi, e infine, lo stato di abbandono che proietta sia i ruderi che le incompiute nella linea d’interesse del pensiero contemporaneo che studia, nelle città la presenza di scarti architettonici, definendoli non più come un qualcosa di eccezionale, ma ormai riconoscibile in un paesaggio specifico in attesa di essere riqualificato. Come Rem Koolhaas che in “Junkspaces” definisce come il prodotto costruito dalla modernizzazione non è l’architettura moderna, ma il junkspaces (spazio spazzatura), ovvero ciò che resta dopo che la modernizzazione ha fatto il suo corso, o meglio ciò che coagula mentre la modernizzazione è in corso9.

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Tornando al rapporto tra ruderi e incompiute, è interessante analizzare la concezione di rudere definita da Franco Purini in “Comporre l’architettura”. Secondo Purini, infatti, tra l’inizio della costruzione e il suo completamento, l’edificio avrà un aspetto che ne anticiperà la sorte (l’edificio in rovina). Dunque l’opera incompiuta può essere percepita come una prefigurazione dell’ipotetica trasformazione in rudere dell’opera alla fine del suo ciclo di vita. Inoltre Purini spiega come il rudere sia l’unico mezzo con cui si possa effettivamente contemplare la pura essenza dell’architettura di un edificio, poiché privo di funzionalità e stabilità. Dunque esistono due momenti in cui un edificio si mostra nella sua pura essenza: quando l’edificio è nella sua fase di costruzione, cioè incompleto, e quando l’edificio è ormai in totale stato di abbandono.

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Le opere incompiute possono essere definite dei veri e propri RUDERI CONTEMPORANEI, ovvero quelle opere che si riducono allo stato di rudere prima ancora che riescano a divenire Architettura.
Questi ruderi contemporanei,censiti in Italia dal Ministero delle Infrastrutture e Trasporti attraverso il SIMOI (Sistema Informativo Monitoraggio Opere Incompiute) nell’anno 2013 e pubblicati nell’anno successivo, sono 693, numero che sarà, purtroppo, costretto ad aumentare di anno in anno. Il fenomeno delle opere incompiute è suddiviso in tutte le regioni italiane in maniera abbastanza omogenea. I picchi principali si possono osservare nel Lazio (82 opere incompiute), Sardegna (68) e Sicilia (67). La regione con meno ruderi contemporanei è la Valle d’Aosta con solo un opera incompiuta da 5 milioni di euro. Il totale dell’investimento versatofino ad oggi per queste opere si aggira intorno ai 3,4 miliardi di euro, mentre la cifra per il completamento dell’intero patrimonio incompiuto è di 1,9 miliardi.

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Queste opere incompiute possono essere suddivise in diverse maniere:

-Per il tipo d’intervento:

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-Per la tipologie delle opere:

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-Per la classe d’importo dei ruderi:

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-Per la causa di interruzione dell’opera:

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Il SIMOI ha assegnato alla regione Lazio il primato di Opere Incompiute catalogando ben 83 ruderi contemporanei per un totale di 665 milioni di euro di lavori e di 421 milioni per l’ultimazione di tali opere. La provincia di Roma con 36 opere incompiute, risulta essere la capolista regionale.

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A seguire troviamo Frosinone con 23 ruderi, Viterbo con 13, Latina con 8 e infine Rieti con solo 3 opere incompiute. La provincia di Roma risulta essere anche la provincia con più comuni (9) che presentano delle opere incompiute con al primo posto Roma con ben 19 ruderi contemporanei.

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Roma definibile come capitale dell’incompiuto, risulta essere la città con il record di soldi pubblici spesi per le opere incompiute. La stima del SIMOI si aggira intorno ai 665 milioni di finanziamenti totali e di 421 milioni per l’ultimazione delle opere. La maggior parte dell’incompiuto romano risulta essere edifici di edilizia economica e popolare, sparsi in maniera omogenea sull’intero territorio comunale.

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L’opera edilizia più costosa non solo sul territorio comunale di Roma, ma sull’intero territorio nazionale, risulta essere la Città dello Sport di Santiago Calatrava, che supera i 600 milioni di euro e con una stima per il completamento intorno ai 410 milioni di euro

Il progetto del MIT (Ministero delle Infrastrutture e Trasporti), presentato in occasione del convegno “OPERE INCOMPIUTE: QUALE FUTURO?”  (Roma  13 gennaio 2015), prevede cinque punti distinti, che saranno attuati attraverso una proposta normativa d’urgenza anche in vista del nuovo codice degli appalti. L’idea consiste in:

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NOTE:
1 F. PURINI, Attualità di Giovanni Battista Piranesi, Melfi 2008.
2 J. RUSKIN, Le sette lampade dell’architettura, Milano 1982.
3 G. SIMMEL, Die Ruine, in Rivista di Estetica, 8, 1981.
4 A. VIDELER, Il Perturbante dell’architettura, Milano 2006.
5 S. ZALMAN, The Nun-u-ment.Gordon Matta Clark and the contingency f space, New York 2005.
6 C. BRANDI, Teoria del restauro, Torino 1963.
7 B. TSCHUMI, Architecture and Disjunction, Cambridge 1994.
8 M. Augé, Rovine e macerie. Il senso del tempo, Parigi 2004.
9 R. KOOLHAAS, Junkspace, Quodlibet, Macerata 2005.

Il rudere contemporaneo preso in esame per ricerca di tesi è la città dello sport di Tor Vergata, che come precedentemente detto, risulta essere l’opera edilizia più costosa sull’intero territorio nazionale. L’ambizioso progetto dell’Archistar spagnola Santiago Calatrava, prevedeva la nascita di un complesso sportivo Universitario con due edifici principali: un palazzo dello sport costituito da due spettacolari strutture in cemento armato e acciaio chiamate “vele”, e una torre a spirale alta circa 90 m destinata al rettorato dell’università di Tor Vergata. Il tutto circondato da alloggi per studenti e altri servizi universitari immersi in un grande parco urbano caratterizzato da una forma ispirata al Circo Massimo. Un complesso monumentale da apporre come fiore all’occhiello della città eterna per i mondiali del nuoto del 2009.

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Ad oggi nel cantiere rimane solo lo scheletro in acciaio di una delle due vele della Città  dello sport. Un imponente rovina abbandonata nella periferia romana. Un opera incompiuta ridotta allo stato di rudere ancora prima che sia riuscita a trasformarsi in architettura. Testimonianza di un fallimento programmatico, urbanistico e politico di una città non ancora in grado di affrontare le proprie ambizioni.

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Il progetto originario, affidato direttamente all’architetto spagnolo nel 2004 in vista dei mondiali di nuoto del 2009, viene computato intorno ai 120 milioni di euro. Questo prevedeva 3 piscine coperte e un palazzetto da 8.000 posti. L’anno successivo il CIO (Comitato Olimpico Internazionale) fa presente al Comune di Roma che per un eventuale candidatura alle olimpiadi sarebbe stata necessaria la costruzione di una struttura con una capienza superiore ai 15.000 posti. Questo ha portato ad una modifica del progetto originario nonché al raddoppio dei costi. Il cantiere, gestito dalla Viannini Lavori S.P.A. inizia nel marzo 2007 ma nonostante il doppio turno di 300 operai, nell’estate del 2008 è chiaro a tutti l’impossibilità di concludere i lavori in tempo per i mondiali di nuoto che infatti si svolsero al foro italico, e il cantiere si ferma. Ma allora che bisogno c’era di costruire una simile struttura se il foro italico era perfettamente utilizzabile?
Dopo i mondiali di nuoto, i lavori riprendono a intermittenza. Nonostante i costi lievitano fino a 600 milioni di euro il cantiere continua ad essere attivo nella speranza di una nuova candidatura per le olimpiadi del 2020. Il cantiere viene chiuso nuovamente quando il presidente del consiglio Mario Monti, nel 2011, decide di ritirare la candidatura olimpica del 2020 per non aggravare le già precarie condizioni economiche del paese. Nel 2012 il sindaco Gianni Alemanno trova nuovi finanziatori per ottenere i 410 milioni mancanti alla conclusione dell’opera. Ma la trattativa con la Nec Group international e l’HRS LTD andò in fumo. Ad oggi il comune e l’università di Tor Vergata hanno proposto una rifunzionalizzazione delle strutture di Caltrava con un progetto sempre dello medesimo architetto e con un costo di soli ulteriori 200 milioni di euro. Tale rifunzionalizzazione consisterebbe nella riconversione della struttura contenente le piscine, nella facoltà di biologia nonché in una delle serre più grandi al mondi mentre il il palazzetto dello sport manterrà comunque la sua funzione originaria.

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Un progetto ambizioso, arenato come molti altri, a causa dell’incapacità organizzativa nella gestione di un opera di tali dimensioni. Episodio simbolo non solo di una città ma di un intero paese che evolve con fatica.

Marco Tanzilli

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